Quando si parla di Dakar, non si tratta solo di velocità o tecnica, ma di resistenza, strategia e carattere: il vero traguardo non è solo quello finale, ma la capacità di tornare a casa sapendo di aver affrontato la sfida nel migliore dei modi
di Francesco Fatichenti
Yanbu (Arabia Saudita), 3 gennaio 2026: mentre il sole sorge sul Mar Rosso, la carovana del Rally Dakar 2026 prende il via dalla città portuale di Yanbu, dando il via alla 48ª edizione dell’evento più impegnativo del calendario off road mondiale. Nei successivi quattordici giorni, fino al 17 gennaio, piloti, navigatori ed equipaggi affronteranno un percorso di quasi 8.000 km attraverso i vasti deserti, le dune e i massicci rocciosi dell’Arabia Saudita, in un loop che partirà e si concluderà a Yanbu, con un giorno di riposo previsto nella capitale Riyadh.
Per i fratelli Silvio e Tito Totani, aquilani di origine e con il fuoristrada nel sangue, si tratta della quinta partecipazione alla Dakar, una storia iniziata nel 2012 in Sud America e proseguita fino all’edizione 2026 del rally raid più duro del mondo, la settima ambientata in Arabia Saudita.
Un nuovo mezzo, una nuova sfida
I fratelli Totani si sono presentati al via della Dakar 2026 con una scelta tecnica importante: dopo anni passati al volante della Nissan Patrol GR Y62 chiamato “Tanit”, questa volta hanno optato per un buggy MD Optimus Evo 5 della scuderia francese MD Rallye Sport, ribattezzato “Monnalisa”. Costruito con un telaio tubolare ultraleggero, cambio sequenziale a 6 rapporti e sospensioni a lunga escursione, questo mezzo è stato pensato per rispondere alle specifiche estreme del deserto saudita e segnare un passo avanti rispetto alle tradizionali vetture da rally.
I test preliminari si sono svolti nel deserto del Marocco, attorno a Merzouga, dove Tito e Silvio hanno potuto prendere confidenza con il nuovo veicolo, affrontando sabbia, tratti duri e prove meccaniche utili a stabilire assetti e strategie di gara.
Il prologo e le prime impressioni
L’avvio ufficiale della gara, il prologo di Yanbu, lungo 22 km, che serviva a definire l’ordine di partenza delle tappe successive, ha rappresentato un buon inizio ai due fratelli: un quinto posto di categoria “Auto 2 ruote motrici” e la 51ᵃ posizione assoluta.
Durante la terza tappa, nella zona di Al Ula, i Totani hanno messo in mostra anche un altro aspetto importante della loro Dakar: la capacità di rimonta. Partiti dalla 127ᵃ posizione assoluta, hanno guadagnato oltre quaranta posizioni, chiudendo la prova nei primi 80 posti e segnando una performance di rilievo nella loro categoria.

Tra difficoltà e progressi
La Dakar è una corsa dove ogni tappa può ribaltare la classifica. In una tappa particolarmente lunga e impegnativa di 877 km, i Totani sono riusciti a risalire dalla 89ᵃ alla 66ᵃ posizione, nonostante le avversità della polvere, del traffico di altri veicoli e delle condizioni estreme del deserto.
È intorno al chilometro 140 di una speciale che la Dakar decide di mettere alla prova fino in fondo il team Totani. Un colpo secco, poi la sospensione anteriore destra di Monnalisa cede: l’ammortizzatore si è spezzato in due, rendendo impossibile proseguire in condizioni normali. In mezzo al nulla, lontani dal bivacco e senza assistenza, fermarsi significherebbe compromettere l’intera gara.
Qui entrano in gioco l’esperienza e le competenze meccaniche di Silvio e Tito Totani, maturate in anni di fuoristrada e competizioni estreme. Dopo una valutazione rapida della situazione, i due trovano una soluzione tanto semplice quanto efficace: montare una barra rigida al posto dell’ammortizzatore, per mantenere alto l’assetto anteriore e poter continuare la speciale.
Da quel momento in poi la tappa si trasforma in una vera prova di resistenza. I Totani percorrono circa 230 chilometri senza una sospensione, mantenendo una velocità media di circa 50 km/h, assorbendo colpi continui e violenti che si scaricano direttamente sulla schiena e sul telaio del mezzo. Non è più una questione di prestazione, ma di tenuta fisica, concentrazione e gestione del dolore.
Arrivati finalmente al bivacco, la giornata non è affatto finita. La sera scorre tra attrezzi, mani sporche di sabbia e interventi meccanici d’emergenza per riparare il danno e rimettere Monnalisa in condizioni di gara. Poche ore di riposo, poi di nuovo al via, perché alla Dakar ogni giorno è una sfida a sé.

Oltre la classifica: i valori che restano
La storia dei Totani alla Dakar non è fatta soltanto di posizioni in classifica. Nel corso delle loro partecipazioni, un episodio è rimasto indelebile nella memoria degli appassionati: nel gennaio 2024, durante una tappa, si fermarono per soccorrere un camion ribaltato nelle dune, rinunciando a tempo prezioso per aiutare un altro equipaggio in difficoltà. Il video dell’atto di solidarietà fece il giro del mondo, diventando simbolo dello spirito autentico della Dakar, in cui l’aiuto tra concorrenti è un valore importante quanto la competizione stessa.
Il traguardo: quando il deserto restituisce tutto
Dopo oltre due settimane di gara, chilometri di piste, dune e settori cronometrati che mettono alla prova uomini e mezzi, il momento del taglio del traguardo assume un significato che va ben oltre la classifica. Per Silvio e Tito Totani, vedere il proprio mezzo attraversare l’arco finale della Dakar significa prima di tutto aver completato un percorso durissimo, fatto di gestione, lucidità e capacità di adattamento giorno dopo giorno.
Le immagini condivise sui canali social di Totani Offroad raccontano un traguardo vissuto con sobrietà: nessuna esaltazione sopra le righe, ma sguardi stanchi, sorrisi trattenuti e quella consapevolezza tipica di chi sa che la Dakar non si “vince” soltanto arrivando primi, ma arrivando in fondo. Il mezzo porta i segni del deserto, i volti mostrano la fatica accumulata, ma il risultato più importante è lì, concreto: aver portato a termine un’altra edizione della gara più impegnativa al mondo.
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Una Dakar che lascia il segno
Quella dei fratelli Totani non è una semplice partecipazione, ma un percorso che negli anni ha costruito esperienza, credibilità e una visione sempre più matura del rally raid. Questa ennesima Dakar si inserisce in una storia fatta di scelte tecniche coraggiose, di momenti difficili e di una passione che non si è mai trasformata in routine.
Il deserto saudita, ancora una volta, ha messo tutto sul tavolo: prestazioni, errori, imprevisti, solidarietà e resistenza mentale. E ancora una volta i Totani hanno risposto con la loro cifra distintiva: testa bassa, metodo e rispetto per la gara. Così sono riusciti a tagliare il traguardo di questa corsa leggendaria per la quinta volta nella loro storia, a bordo di Monnalisa, l’auto scelta per questa edizione; che oltretutto, per loro, era tutta da scoprire e capire.































