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L’itinerario studiato ad hoc da Saharamonamour, uno dei tour operator che meglio conosce la Mauritania (e tutto il Sahara), ha portato un gruppo di fuoristradisti alla scoperta di tutte le bellezze di questo Paese dell’Africa nord-occidentale, ideale per chi vuole vivere un’esperienza nel Sahara incontaminato, a stretto contatto con gli ultimi nomadi del deserto, ma non solo…

Testo e foto di Gian Casati

Nouakchott, la capitale della Mauritania, è il punto di raccolta del gruppo.
Francesco e Fabrizio (Rovella, che con la sua agenzia Saharamonamour ha organizzato questo viaggio) arrivano dall’Italia con l’Iveco 4×4 lussuosamente camperizzato di Francesco. Con l’aereo, da Milano, arrivano Ale, Augusto, Camilla, Carlo, Marco e il sottoscritto.
Da Padova arriva Michela, da Torino Massimo.

Mentre i passeggeri vagano per la capitale nella vana ricerca di souvenir, Ale, Augusto e Gian devono preoccuparsi di sdoganare le proprie fuoristrada, rispettivamente Land Rover 110, Toyota HZJ 76 e Toyota HZJ 78 che, dopo un viaggio nell’Adrar mauritano, hanno riposato in un vasto cortile della dogana mauritana, luogo alquanto inquietante come tutti i suoi consimili.

Cataste di auto incidentate, sequestrate, abbandonate, quali con gomme completamente a terra, quali con vistosi danni all’apparenza irrimediabili alla carrozzeria, giacciono alla rinfusa in una vasta superficie, esposte alle ingiurie delle intemperie. Le nostre fuoristrada sono state lasciate qui quattro mesi fa, parcheggiate ai margini del grande cortile, ed ora le ritroviamo circondate da tutti questi vascelli fantasma. Sgomenti immaginiamo di dover passare ore aspettando la rimozione, se va bene, di questi catorci.

Ma l’Africa non smette mai di stupire: noi driver, accompagnati e supportati da Fabrizio che qui è ben conosciuto, tra thè rituali e convenevoli vari con i funzionari doganali passiamo un’oretta a compilare moduli e firmare documenti. Alla fine, usciti nel grande cortile, come per magia troviamo che il percorso verso l’uscita dall’area doganale è stato sgombrato e rapidamente possiamo andarcene.

Il giorno successivo si parte, comincia l’avventura.
Io sono particolarmente curioso perchè nelle riunioni pre-viaggio, programmando il percorso, Fabrizio ci aveva parlato della possibilità di incontrare dei coccodrilli in una guelta in mezzo al deserto.

Confesso che la cosa mi aveva lasciato piuttosto scettico. Nella mia vita africana e sahariana ho letto molti libri ed ascoltato molte leggende. Mi sono anche riletto il libro forse più interessante sulla fauna sahariana: “Sahara” di Giuseppe Scortecci del 1945.

Ma di coccodrilli in Mauritania non se ne parla proprio. Si favoleggia di coccodrilli in Algeria nel Tassili che nessuno ha mai documentato e si parla di questi grandi sauri nelle gole di Archei in Tchad. Sono stato, negli anni 90 del secolo scorso, in queste famose gole e ho visto chiare tracce di questi animali nonché le loro fatte (gli escrementi), ma non ho avuto la fortuna di vederli malgrado appostamenti vari.

Ecco la ragione del mio scetticismo, ma Fabrizio insiste nel dire non solo che i coccodrilli ci sono, ma anche che le probabilità di vederli sono molte.

Partiamo dunque da Nouakchott, la prima meta del viaggio sarà proprio il sito dei grandi rettili. La carovana è composta dalla Toyota di Fabrizio, dall’Iveco di Francesco, dal pick up di Camilla e Michela guidata dal cuoco, dalla Land di Augusto e dalle Toyota di Ale e mia.

Lasciamo Nouakchott, città squallida come poche altre al mondo, dal traffico non particolarmente intenso (non paragonabile a capitali come Lusaka, Nairobi per non parlare del Cairo) ma assolutamente caotico e indisciplinato.

Si passa col rosso, si entra contromano in strade a doppia corsia, si gira senza freccia per imboccare sensi unici e via di questo passo. In verità avrei dovuto usare il plurale (passano, girano ecc.) perché queste costanti abitudini sono normali ed impunite solo per i locali. Se uno di noi, è capitato, si comporta come loro viene immediatamente fermato e multato.

Sistemate le macchine e ben rifornita la cambusa, si parte. Su asfalto, a tratti buono a tratti solcato da voragini, imbocchiamo l’unica importante arteria del Paese, quella che porta verso il Mali.

Raggiungiamo Sangarafa, ridente località paradiso dei turisti a sentire la guida, ma non credeteci: la spazzatura invade ogni dove e lo squallore di cadenti abitazioni è pari a quella del mercato che si sviluppa lungo la strada principale, percorsa da improbabili e fumosissimi mezzi che da noi non verrebbero acquistati nemmeno da uno sfasciacarrozze.

Si prosegue verso nord-est fino a Nbeika, a 500 km circa dalla capitale, dove facciamo un super pieno di gasolio. Qui finisce l’asfalto e qui si imbocca la pista che porta a Matmata, la guelta dei coccodrilli. Dapprima verdi giardini (nel gergo sahariano si chiamano così ma sono più o meno stente coltivazioni), poi sabbia e acacie, quindi pista che si inoltra tra le rocce.

Facciamo il primo campo in un ampio oued contornato da roccioni scuri con inquietanti tracce di passate alluvioni. Al mattino, breve passeggiata su questi sassoni che improvvisamente finiscono con un profondo salto a picco su una grande guelta dall’aspetto limaccioso.

Gli autoproclamati fotografi ufficiali della compagnia (Carlo ed io) cercano, senza troppo farlo vedere, di precedere il gruppo per immortalare, ove vi fossero, i coccodrilli prima che scompaiano disturbati dal gruppo vociante.

Ma non ce n’è bisogno: i coccodrilli se ne stanno tranquilli a crogiolarsi al sole nascente, e non paiono interessati alla nostra presenza. Siamo abbastanza lontani ma visibili e non silenziosi ma i lucertoloni non badano a noi. Ne contiamo tredici, forse quattordici.

Ci si chiede come abbiano fatto a sopravvivere agli sconvolgimenti climatici che hanno trasformato queste regioni da distese di verdi foreste a regioni desertiche e come facciano a vivere, nutrirsi e riprodursi. La guelta non ha affluenti, è lontana da insediamenti umani, molto difficilmente passeranno da queste parti animali domestici da poter catturare, e gli animali selvatici, piccoli roditori, forse lepri (che altro può esserci da queste parti?) penso siano più che rari.

Pesci sicuramente ce ne saranno ma non credo si possano riprodurre in modo da poter soddisfare la fame di così tanti coccodrilli. Eppure questi rettili acquatici hanno resistito in queste condizioni per oltre diecimila anni. Rimane il mistero di come abbiano fatto, mistero che è anche il fascino di questo posto ancestrale.

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Torniamo a Nbeika per raggiungere, dopo un po’ di asfalto, la pista che raggiunge El Gheddiya, sperduta cittadina situata sull’altipiano che sovrasta la vastissima regione sabbiosa chiamata Aouker (o Aoukar). El Gheddiya è una specie di ultima frontiera, dopo c’è solo deserto, cammelli e sabbia, sabbia e cammelli.

Ma per conquistare l’Aouker bisogna scendere dall’aspro altipiano roccioso attraverso un unico varco: il passo di Nega, divenuto una leggenda tra i sahariani perchè qui, in una delle prime edizioni della Parigi- Dakar, vi fu una spietata selezione tra i concorrenti. Non tanto per difficoltà tecniche, come io avevo sempre creduto, bensì per difficoltà di orientamento. Infatti nella enorme vastità di un paesaggio apparentemente uniforme o si trova lo stretto passaggio (il passo) oppure non si scende dall’altipiano.

Affrontato poi in discesa, come abbiamo fatto noi, il passo non presenta nessuna difficoltà tecnica ma anche nel senso opposto, cioè in salita, non mi pare un terreno particolarmente impegnativo. Ma, come ho detto, bisogna ben conoscere il passaggio e, se non ci sono tracce di recenti passaggi, può essere un problema.

Nel nostro caso, oltre alle nostre valide guide, il compito ci è stato facilitato perchè siamo stati preceduti da un pick up Toyota locale che trasportava nel cassone, già di suo stipato all’inverosimile, anche due poveri cammelli accucciati e legati come salami. Avevamo trovato questo pick up al pozzo prima del passo dove avevamo fatto rifornimento di acqua e l’abbiamo ritrovato diverse ore dopo ad Oumm el Khezz, coi poveri cammelli sempre nella stessa posizione.

Il paesaggio che ci accoglie al passo di Nega è spettacolare: grandiose montagne di sabbia a perdita d’occhio. A parte le tracce del pick up, nessun segno di vita. Unica nota negativa (per i fotografi): una luce piatta e lattiginosa.

Si scende dall’altipiano per un divertente toboga di sabbia. Raggiunta la pianura, ecco uno spettacolo raro, assolutamente inaspettato e indimenticabile: un piccolo nucleo di nomadi in transumanza. Abbiamo la prova tangibile che la vita del nomade è ridotta all’essenziale, il superfluo è un peso ed un impedimento.

Alla costante ricerca di nuovi pascoli per le loro greggi, i nomadi si spostano stagionalmente caricando sui cammelli tutti i loro averi stivati in una specie di baldacchino la cui ossatura è formata da quattro pali di legno durissimo (acacia?) che sostengono altri pali incrociati a formare una gabbia dove loro mettono tutto quanto possiedono, tappeti, tende, pentole, utensili, vestiti e poco altro.

L’incontro con i nomadi è sempre un evento esaltante, oserei dire emozionante. Qui poi abbiamo l’occasione di vedere in pratica cosa sono e come vengono ancora oggi utilizzati quei legni, scolpiti secondo gli usi delle singole tribù, che avevamo trovato in vendita nelle rare località turistiche attraversate nel nostro precedente viaggio nell’Adrar mauritano e che noi avevamo creduto fossero ormai oggetti di antiquariato.

Vedere dal vivo questi “baldacchini da transumanza” è stato veramente eccitante. Una vecchia conduceva, a piedi, ça va sans dir, un cammello (lo so, in realtà dovrei dire un dromedario ma in tutto il Sahara questo quadrupede è universalmente chiamato cammello!) che procedeva carico del suo baldacchino con la sua caratteristica aria imperturbabile ed altezzosa.

Dietro la vecchia altri cammelli, mentre giovani uomini conducevano greggi di caprette, di pecore ed altri ancora di cammelli. Questi nomadi hanno sopportato il nostro assalto fotografico con grande cordialità ed allegria accettando di essere ripresi senza alcun problema e senza nulla chiedere in cambio, incuriositi dalla nostra presenza ma sempre molto attenti a non lasciare che le greggi si disperdessero.

Nel corso del nostro viaggio in più occasioni abbiamo avuto modo di sperimentare la tradizionale ospitalità mauritana, i nomadi ci hanno accolto nelle loro tende, ci hanno offerto l’immancabile tradizionale thè, ci hanno addirittura fatto doni, loro che praticamente non possiedono nulla.

Peccato non poter stare insieme più tempo, scattare più foto, documentare la loro vita quotidiana, attendere magari migliori condizioni di luce ma loro non possono certo interrompere la transumanza per dare retta a noi ed anche noi abbiamo molta strada da fare e non possiamo fermarci più di tanto, il tempo ci è tiranno.

Il contatto con la gente del posto è stato uno degli aspetti più interessanti del viaggio e ciò è stato possibile grazie alla vera passione che il grande capo Fabrizio nutre per questa gente e per i nomadi in particolare, ed anche grazie al cuoco e ad un autista mauritani il cui aiuto è stato fondamentale per stabilire i contatti, sopratutto per la difficoltà di comunicare.

Fondamentale per rompere l’iniziale riserbo è stata Camilla che, per passione, studia l’arabo e ci ha reso partecipi delle notizie che scambiava coi nostri ospiti, stupiti di incontrare una turista che parlava la loro lingua.

Proseguiamo seguendo l’incerta pista, confortati di essere nella giusta direzione dalla conferma sul terreno della correttezza della rotta e dei punti che avevamo studiato su Google Earth.

Spesso Ale, dalle doti non comuni di orientamento e di interpretazione del terreno, precede il gruppetto di sei mezzi mentre io quasi sempre faccio da scopa.

Ad Oumm el Khezz, piccola oasi sperduta con giardini verdeggianti, puntiamo a nord-est per raggiungere Tamchekket, vivace cittadina dove, tra la curiosità della gente, girovaghiamo a piedi nei vicoli del mercato sperando in qualche originale souvenir. Ma da qui non passa proprio nessuno ed il mercato offre solo cose necessarie a chi (soprav)vive in queste sperdute lande.

Pochi chilometri e siamo ad Aoudaghost, che nel IX secolo fu un importante centro commerciale, tappa per le carovane transahariane, e continuò ad esserlo fino all’XI secolo, per poi cadere nell’oblio. Oggi non rimangono che scarse rovine e bisogna fare un atto di fede per credere al suo passato splendore.

Lasciamo il sito e puntiamo a sud-est per raggiungere Ayoun el Atrous, su una buona pista tra colline sabbiose, acacie e belle rocce. Carlo ed io siamo ultimi, ci fermiamo per fare qualche foto e nell’intrico delle piste perdiamo il gruppo; per fortuna le nostre radio VHF sono abbastanza potenti e, pur non vedendoci, rimaniamo in contatto radio.

Ci ricompattiamo ad Ayoun, orrenda città molto estesa e sporchissima. Qui facciamo qualche piccola spesa e, incredibile, troviamo un carrettino che vende delle baguette imbottite di misteriose cose, squisite. Poi asfalto noioso per 290 chilometri fino a Nema dove perdiamo un po’ di tempo al posto di polizia che ci trattiene per non si sa quale problema burocratico. Forse un controllo particolare, siamo molto vicini al Mali, una nazione non proprio tranquilla di questi tempi.

Si è fatto tardi e dobbiamo accamparci appena fuori dalla città, e dalla pista per Oualata che raggiungiamo il giorno dopo.

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Questa cittadina è famosa per le particolari decorazioni delle belle case in muratura. Recenti alluvioni hanno causato evidenti danni ma il fascino della località è intatto. Ero stato da queste parti una ventina di anni fa ma poco è cambiato da allora.

Dopo tanti campi nella brousse, la sera alloggiamo all’Auberge Touristique, una bella casa trasformata in albergo, parola un po’ grossa per questa struttura decorata in modo sopraffino ma dalle comodità pari a zero (niente acqua corrente, un solo gabinetto alla turca, una specie di doccia rudimentale, niente acqua da bere per non parlare di una fresca Coca Cola). La cena è alla mauritana e cioè seduti a terra in circolo, su bei tappeti, con il piatto di portata, cous cous ovviamente, al centro. Poi tutti a dormire in comodi letti, quattro o cinque per stanza. Questo auberge così spartano (pare sia il migliore della cittadina) dà la misura di quanti turisti possano passare da queste parti.

Dopo Oualata ci aspettano 800 chilometri di deserto per raggiungere Tidjikja, la successiva cittadina “civile” con solo la piccola e sperduta Tichit ad interrompere queste solitudini. La pista che imbocchiamo è ben segnata e non difficile; solca un ambiente desertico, con sabbia mista a cespugli simili alle nostre ginestre, rocce e pietraie.

Qualche decina di chilometri dopo Oualata incontriamo un classico dell’immaginario sahariano: la carovana di cammelli. Ne incrociamo addirittura due che si snodano tra le dune per la gioia e l’entusiasmo di tutti noi. È incredibile che, nell’era tecno-digitale, dei camion, dei 4×4, esista ancora questa antichissima forma di trasporto.

Sul finire della giornata ci fermiamo vicino ad un accampamento di nomadi che ci invitano nella loro tenda per condividere un attimo di vita mauritana, con le loro semplici ed essenziali cose che erano riposte con cura nel “baldacchino da transumanza” che ora si trova ben posizionato in un angolo della grande tenda.

Ci offrono l’immancabile thè, ritualmente preparato; Camilla chiacchiera con loro facendo sfoggia del suo buon arabo, per poi relazionarci sui loro legami famigliari. I fotografi si scatenano cercando di non approfittare troppo dell’ospitalità e della pazienza dei nostri ospiti che però paiono sopportarci di buon grado. Ci accampiamo presso di loro, le donne ci osservano da vicino con evidente curiosità, offriamo loro dei piccoli regali.

Lasciamo i nostri amici e proseguiamo il nostro viaggio tra sabbia e rocce fino a raggiungere il pozzo di Aratane, dall’acqua pura e limpidissima, dove ricostituiamo le nostre scorte.

Poco dopo a Makrugat, nel luogo forse più spettacolare di questa traversata sahariana, facciamo uno splendido campo in un contesto dal sapore tassiliano, alla base di scenografiche rocce traforate da enormi archi.

Pura gioia per i fotografi, anche se la luce piuttosto piatta ed il pulviscolo sollevato dal vento disturbano non poco. Da qui in avanti il vento la farà da padrone, sopratutto la mattina prima che il sole riscaldi l’atmosfera e la sera dopo il tramonto. Montare le tende in queste condizioni è un’impresa e mangiare sabbia inevitabile.

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Da Makrugat a Tichit la pista sabbiosa diventa più impegnativa e qualche insabbiata (mia mannaggia!) richiede l’aiuto del verricello. Qualche chilometro prima di Tichit, nella località chiamata Aghrijit, ci sono i resti un villaggio neolitico che si raggiunge dopo una bella scarpinata sulla falesia.

Raggiungiamo quindi Tichit. La parte antica dell’insediamento, situata in cima a una collina, è diventata patrimonio mondiale dell’Unesco. Peccato però che pesanti lavori di presunto restauro abbiano omologato tutte la case di pietra ed ora tutto appaia nuovo ed in costruzione. Questa cittadina era considerata il più bell’esempio di architettura in pietra del Sahara mauro ed anni fa, quando vi passai la prima volta, aveva tutt’altro sapore, con le facciate delle abitazioni in gres inframmezzato da lunghe lastre di scisto a formare delle eleganti linee orizzontali.

Si prosegue su una bella pista, a tratti sabbiosa e a tratti rocciosa, con crescente vegetazione. Niente di che, intendiamoci, piccole acacie o simili, ma dopo tanta sabbia la vegetazione fa un certo effetto. Raggiungiamo Tidjikja, grossa e vivace località dove io faccio aggiustare una gomma bucata mentre gli amici scorrazzano per le botteghe nella solita, vana ricerca di souvenir.

Qui ritroviamo l’asfalto, 600 chilometri di noia, che ci condurrà fino a Nouakchott, sferzati da un vento fortissimo e sabbia che penetra dappertutto in un’atmosfera apocalittica. La capitale della Mauritania non offre praticamente niente al turista, a parte lo spettacolo del porto di pesca, un’immensa spiaggia dove la sera rientrano centinaia e centinaia di coloratissime lance di pescatori mauritani e senegalesi. Meglio non guardare come il pescato viene conservato altrimenti difficilmente la sera al ristorante si avrà voglia di ordinare un’orata alla griglia.

Per completare il giro della Mauritania non si può tralasciare il Parco Nazionale del Banc d’Arguin, patrimonio dell’Umanità, coi suoi villaggi di pescatori Imraguen, i grandi stormi di uccelli acquatici e la pescosità del suo mare. La pista costiera che ci porta al Banc, lunga oltre 100 chilometri, è spettacolo puro. Provate ad immaginare: cento chilometri di spiaggia, ininterrotta.

Prima di partire bisogna informarsi sulle ore di bassa marea, il momento giusto per affrontare la pista. Si viaggia sospesi tra le onde dell’oceano che si frangono sulla costa sabbiosa ed il deserto, attraverso barche e villaggi di pescatori, stormi di gabbiani e pellicani. Il deserto del Sahara parte proprio da qui, lasciando le fredde acque dell’Oceano Atlantico per tuffarsi dopo 5.300 chilometri nelle calde acque del Mar Rosso.

La guida, almeno in qualche tratto, è abbastanza impegnativa perché la distanza tra l’oceano, che pare non veda l’ora di risucchiarti, e il deserto, che non vuole farti entrare, è davvero minima.

A volte proprio là dove il terreno sembra migliore, e cioè dove l’onda lambisce la spiaggia, si trovano tratti di insidiosissimo fango dove controllare la macchina può essere problematico, occorre attenzione per non farsi risucchiare (come è capitato). Queste zone hanno un colore più scuro della solita sabbia marina ma non sempre il diverso colore significa fango, a volte si tratta di innocue alghe marine. Chi si impianta in questo fango esce solo grazie al provvidenziale aiuto dell’amico verricello. Cercare di uscirne in altra maniera, con la marea che si alza minacciosamente, non è cosa buona e giusta.

Il tratto di spiaggia che mi ha messo un po’ di ansia è quello finale che porta al piccolo villaggio di Nouamghar dove c’è la direzione del Parco Nazionale del Banc d’Arguin e l’ingresso al parco stesso. Per fortuna si tratta di pochi chilometri di spiaggia molto stretta con fango micidiale da evitare assolutamente sulla sinistra (stiamo andando verso nord), sabbia molle sulla destra, il tutto correndo su un piano inclinato (verso l’oceano!) .

Dopo oltre 100 chilometri di godimento, a Nouamghar la pista finisce. Mentre registriamo la nostra presenza nel parco incrociamo un pescatore che ha in mano una bella aragosta. Brevissima trattativa e l’aragosta finisce nella nostra Toyota, avvolta in stracci bagnati per tenerla ben in fresco.

Entriamo nel parco ma restiamo un po’ delusi dalla mancanza di quegli uccelli acquatici per cui il Banc è famoso. Forse non è la stagione, forse non siamo nel posto giusto.

Inizia un vento furioso per cui, arrivati a Cap Tafarit, a una sessantina di chilometri dall’entrata del parco, non montiamo le nostre attrezzature ma affittiamo una grande tenda maura nella piccola struttura turistica qui esistente e, chiudendo a fatica ogni pertugio per contrastare la sabbia portata dal vento, ci barrichiamo nel nostro riparo. A sera Ale, cuoco raffinato, battagliando col vento che non dà tregua prepara fantastiche linguine alla bottarga cui segue la squisita aragosta, una cena da veri signori.

La mattina successiva riprendiamo il viaggio procedendo verso nord, il vento è calato, la giornata magnifica, l’atmosfera limpidissima; una bellissima pista, appena segnalata da qualche rara balise, in un autentico paesaggio sahariano, ci porta verso Nouadhibou. Attraversiamo immensi pianori di sabbia senza traccia di vegetazione, cordoni di bellissime dune, spazi immensi, una vera inaspettata sorpresa.

La pista finisce in prossimità d Nouadhibou, brutta cittadina dove c’è il terminale del famoso treno più lungo del mondo che trasporta materiale ferroso dalle lontane miniere nel deserto fino al mare. Ci sono anche industrie (cinesi) per la lavorazione del pesce che ogni giorno nuovissimi grossi pescherecci pescano in abbondanza in queste feconde acque. Molto vicino a questa zona altamente industrializzata c’è un fazzoletto di terra protetta, Cap Blanc, dove non si sa come sopravvivono delle foche monache (pare che ne esista qui una sparuta colonia di quattro/cinque) che convivono con enormi stormi di uccelli marini.

Qui finisce la Mauritania, e qui lasciamo Fabrizio Rovella di Saharamonamour (www.saharamonamour.it), ottimo organizzatore di questo nostro viaggio.

Saharamonamour ringrazia gli sponsor Montana (www.montanafood.it), Ferri Corse (www.ferricorse.it), Hotel Condor Riccione (www.hotelcondor-riccione.it), Altai Gallery (www.altai.it) e i partner tecnici Ferrino Outdoor (www.ferrino.it) e Ronco Alpinismo (www.roncoalpinismo.it).

© 4×4 Magazine – RIPRODUZIONE RISERVATA

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