Jeep Gladiator 3.0 V6 – FIGLI DI UN DIO MINORE

Da sempre i piccoli gesti fanno la differenza: lo sentiamo dire spesso e, in qualche modo, credo sia un concetto valido. Oggi, dopo aver guidato la Jeep Gladiator, voglio svelare un segreto che forse in pochi conoscono. Anche i grandi gesti fanno la differenza. Anzi, cambiano la storia

Testo di Gianluca Vittori – Foto di Victor Bercini e Francesco Fatichenti

Abbiamo atteso il grande gesto per 71 anni. Questo è il tempo che è trascorso dalla capostipite, la Willys Jeep Truck nata nel 1947, al moderno Gladiator, presentato a Los Angeles nel novembre del 2018, considerato comunque il primo pick up di Jeep.

Con questa “Wrangler allungata”, concepita sul telaio della Wrangler JL a 5 porte, la casa statunitense dalle sette feritoie (allargate in questo caso, per migliorare il raffreddamento) entra a spallate nel mercato dei trucks, entrando di diritto in una top ten che vede tra gli altri il Toyota Hilux, il Ford Ranger e l’L200.

L’insoddisfazione del fratello minore

Fin qui tutto bene, anche se noi italiani restiamo i fratelli minori della storia, che cercano di imitare i fratelli maggiori e vengono sistematicamente rimessi al loro posto. Mi riferisco alle differenze tra i mezzi che nascono negli USA, libertà, strade, on the road ecc., insomma avete capito, e quelli destinati al mercato italiano, dove questo non si può, questo è vietato, qui è meglio non passare, le accise, le omologazioni, ecc. Quindi ci troviamo spesso a testare dei mezzi dai nomi fichissimi, Gladiator, Raptor, Bronco, Dodge RAM tra tutti, con motorizzazioni ridotte e con delle ruote che ogni volta pensi siano buone per mettere in equilibrio il tavolo che traballa in cucina.

Questo è il nostro grande limite, l’insoddisfazione da fratello minore. Una situazione che ormai abbiamo accettato, ma che continua a condizionarci. Considerando che quando giro per il mondo off road vedo dei mezzi preparati che non hanno niente da invidiare all’american dream, direi che in futuro, invece di inondarci di auto elettriche, si potrebbero trovare alternative per farci provare le idee originali e non le loro rivisitazioni o adattamenti.

Non è solo un’estensione del Wrangler

Il Gladiator in prova è la ormai famosa versione Overland 3.0 V6 turbodiesel. A differenza della JL qui abbiamo già di serie i ponti Dana 44 davanti e dietro e le sospensioni posteriori derivano da quelle del Ram 1500, con bracci forgiati, molle a compressione variabile, ammortizzatori MTV (sul Rubicon, per esempio, ci sono i Fox) e i freni sono i più potenti del segmento pick up, con dischi da 330 e 345.

Sotto il cofano del Gladiator, il poderoso diesel da 3 litri sviluppa 264 cavalli e 600 Nm di coppia. La zona di comfort dei 264 cv è quella che si trova intorno ai 2.000 giri, con una coppia che inizia la storia d’amore già a 1.400 giri.

A spasso con Glady

A bordo di Glady, così come la chiamo io, mi muovo con eleganza; lei è leggera nell’incedere, come una diciassettenne al ballo delle debuttanti, sospinta da un filo di gas. Basta essere dolci con il piede. Anche se io ho il piede ruvido e grazie al pedale piuttosto reattivo, decido di schiacciare e la musica cambia: dal ta-tta-ra-tta-ta del walzer viennese più famoso della storia, irrompono le prime note di Paranoid dei Black Sabbath.

Glady si imbizzarrisce e, dai confortevoli 130 km/h dove succede poco, la coppia entra in passione e dà il massimo grazie anche al cambio automatico 8 rapporti (unico disponibile per noi fratelli minori, niente manuale!). Si sale fino ai 3.000, il sound del motore si fa aggressivo, è un truck che divora la strada e poco incline a rallentare la potenza che sta erogando, con una stabilità che non ti aspetti, artigliato all’asfalto. Un po’ come il T-Rex del primo Jurassic Park quando parte all’inseguimento e corre, potente, portandosi dietro tutto ciò che incontra sulla sua strada.

Fate largo a Glady

In autostrada le altre auto, vedendomi arrivare, si spostano immediatamente, non devo neanche lampeggiare, basta mostrare i muscoli. Le sorpasso a 160 km/h e l’onda d’urto che ne consegue spettina le auto elettriche che superiamo. Dall’interno degli abitacoli qualcuno esclama “ah ma allora esistono davvero i Gladiator, non sono solo su Instagram!”. Poi andando spedito sulla E35, come un’apparizione, un altro Gladiator. Incredibile, eravamo in due. Qualcuno vedendoci, stupito, deve aver pensato “…si muovono in branchi…”.

Ok ma quanto consuma?

Considerando la mole i consumi non sono niente male. Oltre i 450 km di autonomia, e nel misto siamo intorno a una media di 12 km con un litro.

D’accordo ma il cassone non è granché capiente

A questo rispondo che se compri un Gladiator per caricarci la legna forse non hai ben capito lo spirito di Jeep; caricare oltre 725 kg – la portata massima del cassone di Glady – ha davvero poco senso, un po’ come attaccare un rimorchio a una Mustang.

Chiudiamo con il momento Marzullo, si faccia una domanda e si dia una risposta. La conclusione è che non c’è una fine. La storia continua e Jeep resta un marchio che la storia la fa da sempre, con grandi gesti che noi fratelli minori continueremo ad ammirare con occhi luccicanti, aspettando di crescere.

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